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28.11.2006 - LIBERTÀ DI ESPRESSIONE - Azione
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Cina, la muraglia telematica
Nella giornata mondiale degli scrittori in carcere il PEN dedica una giornata al problema della censura
Yang Lian, poeta cinese esule a Londra, candidato al Nobel nel 2002 e tradotto nelle principali lingue mondiali ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, rivolgendogli alcune domande: «Perché gli avvocati rischiano per protestare? Perché giornalisti e scrittori affrontano pericoli personali estremi per chiedere un sistema legale coerente; perché Long Yingtai e tanta altra gente in Cina e altrove hanno scritto lettere a lei e portato avanti scioperi della fame per mostrare la loro determinazione? Non vogliono tutti questi vedere che il popolo cinese si presenti spiritualmente con verità, che un cultura antica possa essere coniugata con la modernità e che tutti possiamo disfarci del falso e volgare linguaggio che è stato attribuito alla Cina?». Nella giornata mondiale degli Scrittori in prigione (15 novembre) il Centro PEN della Svizzera italiana e retoromancia, insieme ai Centri PEN svizzero-romando e tedesco, in un incontro hanno stigmatizzato la capacità della Cina moderna di mobilitare immense risorse umane e finanziarie per creare dal nulla interventi pubblici monumentali come dighe, quartieri sconfinati che nascono come funghi, coinvolgendo miriadi di persone, senza badare al consenso. Ma l’interesse della giornata era soprattutto rivolto al grande capitolo dei diritti umani e della libertà d’espressione che sono pesantemente calpestati, collocando la Cina al 177 posto nel mondo. Gli ospiti del PEN, Yang Lian e Yu Zhang, hanno ricordato il massacro di Tienanmen nel 1989, la disperata e buia condizione dell’esilio, il rapporto con la madre patria che diventa il «primo paese straniero».
Chiara Macconi
YANG LIAN, POETA IN ESILIO
Nato in Svizzera nel 1955 da genitori diplomatici, intellettuali e letterati e cresciuto a Pechino, incominciò a scrivere quando venne mandato in campagna negli anni ’70 come «giovane istruito » durante la Rivoluzione culturale. Al ritorno, entrò nel gruppo di poeti «underground» che pubblicavano la rivista letteraria «Jintian» aperto alla poesia cinese contemporanea. Le poesie di Yang Lian hanno ottenuto riconoscimenti dentro e fuori la Cina negli anni ’80, specialmente quando la sua poesia Norlag fu criticata dal governo che ostacolò la pubblicazione delle sue opere per più di un decennio. Yang Lian fu invitato a visitare Australia e Nuova Zelanda nel 1988 e, dopo il massacro di Tienanmen e la sua condanna pubblica delle scelte repressive del governo cinese, andò in esilio. Da allora ha continuato a scrivere e parlare pubblicamente come voce individuale nella letteratura mondiale, nella politica e nella cultura. È stato tradotto in più di 20 lingue. Yang Lian ha ricevuto il Premio Internazionale di Poesia Flaiano nel 1999. I suoi tre volumi di opere sono stati pubblicati finalmente anche in Cina. Candidato al Premio Nobel nel 2002, Lian è il più noto poeta cinese in esilio in Europa. In Italiano è stato pubblicato Il pane dell’esilio (ed.Medusa, 2001) e Dove si ferma il mare (Scheiwiller, 2004). Nella lettera che Yang Lian scrive al presidente, fferma: «Il massacro di Tienanmen è dovuto al fatto che Deng Xiaoping ha ignorato il collasso del comunismo in tutto il mondo mentre la Cina attraversata dalla violenza marciava nella direzione contraria alla storia dell’umanità. Il potere ed il denaro nel tempo di Jiang Zemin congiuravano per far diventare la Cina un vero e proprio Museo nazionale del comunismo, esibendo il peggior socialismo ed il peggior capitalismo ed inoltre la Cina era un esempio di bancarotta morale».
La realtà della Cina odierna è lacerata da molte contraddizioni. Accanto al sistema politico autocratico affianca un’economia capitalista di mercato. Fra i benestanti delle città (400 milioni che vivono con un reddito pro capite di 1301 dollari) e i contadini che fanno la fame nelle campagne (900 milioni con reddito pro capite di 430 dollari) il divario è sempre più profondo, anche se il numero dei poveri è diminuito, negli ultimi 10 anni, da 300 milioni a 28. Ma è la restrizione dei diritti umani che obbliga noi occidentali a interrogativi molto seri. Dai tempi di Mao la situazione è radicalmente cambiata tuttavia permangono pesanti limitazioni alla libertà d’espressione e alla libertà religiosa: arresti politici, censura di stato, decine di vescovi e sacerdoti spariti, incarcerati o confinati, le monache tibetane imprigionate, le chiese, di varie denominazioni, distrutte. Proprio Jiang Zemin ha messo fuori legge ed ha iniziato l’oppressione del Falun Gong, un movimento sincretistico che si basa su una pratica spirituale, non una religione. Gli adepti del Falun Gong credono nella verità, nella benevolenza e combattono per la libertà spirituale attraverso proteste pacifiche. È diventato la componente più potente delle forze democratiche cinesi e i suoi membri stanno guadagnando il rispetto e l’ammirazione del mondo intero, contrastando il Partito comunista cinese che sembra temerlo fortemente come fattore destabilizzante. I suoi appartenenti sono trasversali a tutte le classi sociali e quel che li fa temere è la potenzialità del movimento di mobilitare la gente e di diventare popolare, spiega il professor T.Bernstein della East Asian Institute della Columbia University. Ma, aggiunge Massimo Introvigne del Cesnur, anche in Cina si assiste ad una rinascita religiosa e spirituale di tipo post-ideologico e postmoderno ed il regime non è disposto a tollerarlo. Il regime cinese è consapevole dell’importanza della propaganda e di Internet: un nuovo modo di comunicare che ha trovato immediatamente blocchi e censure. Per meglio controllare Internet è stato creato un esercito di polizia informatica di 40 mila persone. Intorno alla Cina è stato costruito uno scudo – una grande muraglia di fuoco (firewall) politico che blocca l’accesso a messaggi che contengono parole chiave come «democrazia», «libertà» o altre dal significato insospettabile come la parola «semplice». Google, Yahoo! e Microsoft sono state accusate di violare la dichiarazione universale dei diritti umani perché, pur di accaparrarsi la fetta di mercato cinese, collaborano con la censura e escludono dai risultati del motore di ricerca migliaia di pagine sgradite a Pechino. Reporter senza frontiere denuncia l’ipocrisia di Yahoo! che ha concesso una borsa di studio di un milione di dollari per un programma di sostegno ai giornalisti che lavorano nei paesi dove non c’è libertà d’espressione, e al contempo ha trasmesso tutte le informazioni di cui disponeva, facilitando in l’arresto del giornalista e scrittore Shi Tao, che è stato condannato a dieci anni di prigione per divulgazione di segreti di Stato all’estero. Lo scrittore era in realtà accusato di aver trasmesso una nota ufficiale che circolava all’interno della redazione del giornale nella quale le autorità proibivano formalmente di parlare della commemorazione degli eventi di Tienanmen. Un nuovo target per le autorità cinesi sono gli avvocati. Nella Cina di oggi, «difendere i diritti» è un nuovo termine, derivato interamente dalla violazione del Partito comunista cinese dei diritti umani di oltre un miliardo di gente vulnerabile. Il governo non tenta di riformare adeguatamente le contorte strutture socio-economiche e invece imprigiona la piccola minoranza di avvocati coraggiosi che osano difendere i diritti dei più deboli. Cause recenti di avvocati che difendono i contadini privati della terra per gli immobiliaristi, contro la corruzione di pubblici ufficiali, contro speculazioni che derubano la gente, vengono penalizzate e gli avvocati, che difendono i diritti del popolo, incarcerati. Tuttavia l’Occidente preferisce continuare a parlare di affari con gli amministratori cinesi, sviluppare iniziative culturali congiunte, prapararsi al grande evento delle Olimpiadi del 2008, trascurando i prigionieri di coscienza e i diritti umani calpestati. |
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