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Recensioni

16.10.2006 - Anna: uno sguardo che fissava lontano - GDP
Il ricordo di un incontro con la giornalista russa uccisa una settimana fa: era il novembre 2001 e già allora era reduce da un’aggressione. Dal 1992 in Russia vige una sorta di politica di immunità per i responsabili dell’uccisione di oltre 40 giornalisti.
di FRANCA TIBERTO

Londra, fine novembre 2001. Era da poco sfuggita a un’ennesima aggressione in una via di Mosca. «Mi seguivano da giorni, ed erano inconfondibilmente dei militari», mi aveva detto. I militari li conosceva bene, dopo esser stata mandata in Cecenia, sebbene non fosse una reporter di guerra. A me e a Eugene Shoulgin, che già allora seguiva le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia, stava raccontando di non avere abbastanza sangue freddo per mantenere la distanza da ciò che aveva visto. Aveva aggiunto di aver visto abbastanza da farla diventare ciò che era e di non poter più tornare a essere la vecchia giornalista della “Novaja Gazeta”: era diventata una delle più ferme oppositrici della “normalizzazione cecena” voluta da Putin. Mi era sembrata un po’ strana, con lo sguardo fisso lontano, mentre rispondeva a monosillabi, in un inglese scarno, nonostante avesse vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove i genitori lavoravano alle Nazioni Unite. Non riuscivo a stabilire un contatto che mi permettesse un dialogo più franco, dal quale trasparissero le sue emozioni. Era una bella donna, anche elegante, con il suo cappotto lungo, ma distante, anche se evidentemente sapeva quel che voleva. Questo fu il mio giudizio del momento. Avrei dovuto controllare più a fondo. Molto probabilmente, invece, la sua esperienza cecena le aveva fornito un sorta di scudo antishock che le permetteva di controllare le emozioni, e di tornare a Grosnji, dove le era stato proibito di tornare, portando con sé medicinali e quant’altro potesse occorrere a chi vi aveva conosciuto. Era interessata non tanto alle figure politiche quanto alle torture che veniva praticate, e per questo aveva attaccato duramente Ramzan Kadyrov, l’uomo forte sul quale puntava Mosca per la normalizzazione del Caucaso. Lei aiutava coloro che erano inermi vittime del potere. Ora Anna Politkovskaja (nella foto)è morta, e doveva finire così. I Ceceni non avranno più la loro portavoce, ed io non avrò più nulla da controllare. Il Presidente Putin, invece, dopo aver inspiegabilmente mantenuto il silenzio per giorni e aver autorizzato i funerali solo in un cimitero lontano dal centro cittadino, non si è trattenuto dall’affermare che il lavoro «insignificante» svolto dalla giornalista aveva suscitato eccessivo clamore perché si prestava a usi propagandistici in Occidente. Le organizzazioni internazionali, e il PEN International in particolare, hanno ora indirizzato una lettera al Presidente della Federazione Russa, invitandolo non solo ad identificare gli autori di questo omicidio, ma anche a dimostrare che il governo russo assumerà una posizione ferma e irrevocabile per porre fine alla lunga serie di attacchi omicidi compiuti contro professionisti dei media. È noto infatti che dal 1992 è in atto una sorta di politica dell’impunità per coloro che sono stati coinvolti nell’uccisione di più di 40 giornalisti. Sono in atto una vergognosa escalation e una continua negazione della libertà di stampa e di opinione. Il giornalismo investigativo ha vita difficile ovunque. Le agenzie confezionano informazioni trasmesse e accolte con troppa disinvoltura, e in taluni casi date per scontate. Passar sopra questo caso significherebbe sottovalutare la gravità dei motivi che hanno portato all’uccisione di Anna Politkovskaja, che da parte sua ha voluto continuare a praticare con coraggio il giornalismo investigativo nonostante gli avvertimenti che le erano pervenuti. 

 
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