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Recensioni

12.12.2009 - Il campionario umano e le trappole di Walser - GdP
OMAGGI Confronti di temi e testimonianze dedicati allo scrittore.

In questa pagina presentiamo estratti degli interventi che si sono tenuti il primo dicembre all’albergo Dante di Lugano nell’ambito della serata intitolata “Una passeggiata con Robert Walser”, organizzata dal nostro Pen Centro della Svizzera italiana e Retoromancia.

di GILBERTO ISELLA

(...) Ci sono autori che si lasciano incasellare abbastanza facilmente nelle enciclopedie, grazie a etichette che diventano luoghi comuni. Applicata a Walser, nessuna formula reggerebbe. Egli non ci ha lasciato una visione del mondo a caratteri cubitali, non ha scritto romanzi a tesi, e nemmeno trame robuste. A suggerirgli le voci e i ritmi del racconto, sono, come scrive Walter Benjamin, «eroi sventati, buoni a nulla, perdigiorno e malandati». Si tratta in realtà di creature permeate di uno strano attivismo – o attiva passività, se mi è consentito il bisticcio – ben raffigurate dal commesso o dall’impiegato. Amano servire, sottomettersi, eppure da questo basso stato traggono sempre illuminazioni, forme di riscatto. Esprimono una particolare utopia sociale, e, per citare ancora Benjamin, aspirano all’«aria pura e forte della vita che guarisce». In un simile campionario umano si riflettono – tramite un complesso gioco di specchi – sia l’io nomade e molteplice dello scrittore che il suo romanzo familiare. Nell’universo di Walser fanno difetto punti d’orientamento stabili. Dice bene il critico Enzo Di Mauro: «Walser è un autore che cosparge il terreno della propria scrittura, di trappole, di dissimulazioni, di false piste». Spesso le sue intenzioni profonde ci sfuggono. Quegli inconfondibili tratti “naif” di molte sue pagine, ad esempio, saranno autentici o simulati? Impossibile rispondere, e forse al riguardo non è nemmeno opportuno tracciare confini. Resta comunque una certezza: le cose che Walser fa apparire ovvie, contengono già il loro straniamento. Nei lavori narrativi – da I fratelli Tannera L’assistente, da Jakob von Gunten a Il Brigante – è facile imbattersi in convusioni dell’anima, in nodi conflittuali, ma tutto il negativo sembra slittare o perdersi per strada, senza mai condurre al gesto tragico. Lo scrittore è abile nel ricorrere a forme di contenimento, tali da porre il testo al riparo dalle tinte forti. Ogni vicenda o osservazione sul mondo tende a stemperarsi in una sorta di pathos fiabesco, dal tono agrodolce, reso quasi per leggera sovraesposizione. E forse sta qui la Stimmung walseriana più genuina, un’atmosfera che si percepisce fin nei giovanili I temi di Fritz Kocher, quando lo scrittore amava fare il verso al componimento scolastico. A placare le tensioni, provvede in ogni modo un’ironia diffusa, del tutto singolare, talvolta elevata alla seconda potenza. Per non parlare di quell’edonismo trasognato che aiuta a sostenere il peso della realtà. È il piacere del fantasticare, il sentimento dell’attesa liberatoria, come quando Simon, verso la fine de I fratelli Tanner, confessa: «Non sono niente altro se non uno che ascolta e attende, come tale però perfetto, perché ho imparato a sognare mentre attendo». Il personaggio walseriano ci appare conformista di fronte all’ordine e ai valori costituiti, sovente cerimonioso nei rapporti col prossimo, eppure può trasformarsi d’un tratto in un folletto dispettoso e perfino sottilmente crudele, soprattutto quando è rappresentato dalla figura del doppio, come nell’ultimo romanzo Il Brigante. Nella sequenza d’apertura de I Fratelli Tanner, Simon in cerca di lavoro si presenta così: «Sono un venditore nato: garbato, svelto, cortese, sollecito, sbrigativo, deciso, calcolatore, attento, onesto», ma con la punta finale, «però non onesto fino alla stupidità come posso forse sembrare». Come dire: vi sembro un ingenuo, in realtà sono ben altro. Non resta che fare supposizioni su questo “altro”. La sensazione è che il baricentro del personaggio ci sfugga di continuo. Sotto le ricorrenti maschere del virtuoso diligente indoviniamo punte, ferite e grumi d’angoscia. Ma la tentazione nichilistica, se insorge, può essere trattenuta o rinviata, perché a scongiurare i rischi del nulla e dell’insignificanza rimangono pur sempre la natura, le proverbiali passeggiate, e infine lo struggente richiamo della terra: «La terra sta di fronte a me come una madre in collera, offesa: un volto meraviglioso del quale sono infatuato, il volto della terra madre che chiede espiazione». 

 
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