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Recensioni

31.03.2003 - Riflessione sulle nostre libertà - Daniele Dell’Agnola da “il biaschese” riflessioni
Fu la scrittrice londinese Amy Dawson Scott che nel 1921 fondò un club denominato Poets, Essayists, Novelists. Ne aveva fondati altri, ma questo avrebbe conosciuto un’importante continuità nella storia del ventesimo secolo. Sono membro del PEN da poco e mi accorgo che questa associazione è importante. Infatti il PEN si impegna anche a difendere i diritti di scrittori che sono rinchiusi in un carcere o condannati a morte.
Questo grande club di poeti, saggisti, narratori, drammaturghi e curatori ha sempre agito su un territorio internazionale. L’opinione pubblica è abituata alle organizzazioni internazionali. I mass media hanno abituato i destinatari ad un linguaggio di parole e immagini “mondializzato”. È possibile che i giornali dimentichino alcune notizie economicamente poco determinanti? Quanti paesi sono “dimenticati” nelle loro guerre e nei loro drammi?
Ieri l’altro un tizio mi ha fatto notare che un’associazione di scrittori internazionale può impegnarsi per liberare uno scrittore messo a tacere in una cella, condannato a morte, ma in realtà la cosa non fa sensazione, non fa notizia.
Allora credo vada fatta una riflessione. In un momento nel quale la globalizzazione significa anche assenza di un vero territorio di appartenenza sociale, di riferimento culturale, dove le leggi sono sempre più dettate dall’economia e meno dalle usanze dei popoli, dalla loro cultura, il PEN agisce a livello internazionale toccando quei micro-territori nei quali uno Stato totalitario delimita ingiustamente le libertà di espressione e di azione, laddove i poeti e i prosatori del ventunesimo secolo sono messi a tacere in una cella, condannati a morte.
Nel 1921 era eccezionale pensare ad un club internazionale, nel momento in cui la prima guerra mondiale aveva lasciato nazionalismi precursori di un secolo orrendo. Oggi tutto è più marasma, miscuglio e poltiglia. È utile focalizzare l’attenzione su quei territori delimitati in cui l’ingiustizia prende corpo.
Ho sott’occhio Scrittori dal carcere, antologia PEN di testimonianze edite e inedite, prefazione di Josif Brodskij, a c. Siobhan Dowd, ed. Feltrinelli, Milano 1998. Leggo alcuni brani scritti da queste menti dentro ad un tempo e ad uno spazio che non è il nostro. Uno scrittore deve fare i conti con il tempo, con lo spazio, con la memoria, a volte con le relazioni.
“Il letto, il lavandino, il W.C., la finestra con le sbarre … poi ci si accorge di non avere nessun pezzo di carta”. 1937. Arthur Koestler. Siamo in Spagna. La distruzione di un prigioniero inizialmente non è materiale, ma psicologica, ed è proprio nella mente che lo scrittore agisce.
Ci sono due elementi fondamentali, negli scritti contenuti in questo libro. Si tratta del tempo e dello spazio. Nello spazio lo scrittore vede la chiusura e pochi oggetti. C’è il cemento, una luce gialla, il muro grigio (Dennis Brutus, Sudafrica, 1963), il letto, la finestrella con le sbarre. Dentro a questo spazio limitato c’è una vastità di tempo. Un tempo infinito dentro allo spazio piccolo. “Le cose dovranno continuare nei minuti seguenti, nelle ore, nei giorni, nelle settimane, negli anni. Per quanto tempo è già stato nella cella? Guarda l’orologio: esattamente tre minuti.”(Koestler) La contrapposizione è forte e terribile. Nello spazio sentiamo l’ambiente furente di Mikuyu, dove troviamo “celle sfatte che fetono di merda/ e vomito nel pitale e dell’urina acre d’anni passati … chi avrebbe mai pensato che mi sarei trovato a fissare i soffitti / polverosi di ragnatele della prigione di Mikuyu”. Questo testo di Jack Mapanje, dell’1987 circa, trasmette anche in traduzioni suoni forti, spazi minuscoli e tempi lunghissimi. Continuo la lettura e scopro un tempo “destinato a durare” gettato “nei barattoli” (Irina Ratusinskaja, Ex URSS, 1982-1986). Sei metri quadri, quattordici uomini, per mesi e mesi. “Tempo, quel tempo dilatato che incombe sopra di me nella cella, opprimendomi. Il tempo, pericoloso nemico dell’uomo quando la sua esistenza, durata ed eternità sono quasi impalpabili”. E così, potrei continuare, a cercare questi suoni lunghi, chiusi, dentro all’angosciante spazio piccolo della vita di un prigioniero, giaciglio di scrittura e speranza.
Mi chiedo quanti scrittori sono riusciti a scrivere dentro al carcere, quanti sono riusciti a scrivere anche senza scrivere, ma pensando, quanti invece si sono svuotati completamente, nel pensiero e nella materia.
Lo scrittore in carcere può essere solo, e la solitudine è forse l’arma del poeta. Il motivo della scrittura può essere rintracciata in una sofferente solitudine. Lo scrittore in carcere può essere circondato da suoi simili, e allora il motivo di vita e di narrazione diventa la relazione con questi compagni di cella, sofferenti quanto lui. La salvezza può annidarsi nella vena narrativa dello scrittore, che racconta e si fa raccontare. Uno dei molti brani che accentuano questa relazione è quello di Aleksàndr Solzenicyn (ex URSS, 1945-1953) dal titolo Prima cella, primo amore.
Il poeta e il prosatore possono forse distinguersi all’interno di questi spazi terribili. È un’ipotesi che Josif Brodskij formula nella prefazione al libro.
Oltre a questo annotiamo l’assenza dei mezzi per la scrittura. In prigione non ho carta e penna. La sola risorsa può essere la memoria. La memoria e il pensiero possono contenere messaggi sognati, ondeggiati, pensati all’infinito nel tempo, maturati dentro. Allora, se il PEN riesce a salvare questi scrittori, la loro memoria tradurrà finalmente su carta queste verità. La memoria. Mi chiedo quanti scrittori hanno trovato strategie mnemoniche per ricordare le loro creazioni. Ritmo, rime, sequenze. Strutture. Giochi di forza che mantengono in vita.
Leggo una poesia dal titolo Castigo, scritta da un certo Ahmad Shamloo e tratta da un libro pubblicato nel 1959: The Garden of Mirrors (traduzione italiana di Damiano Abeni). Ahmad Shamloo è un poeta iraniano nato nel 1928. Prima della caduta dello Scià, nel 1979 ha pubblicato la poesia Il gioco è finito. Ricordiamo anche Una poesia, cioè la vita. È uno scrittore che si è trovato nei guai prima e dopo la rivoluzione che ha portato al potere l’ayatollah Khomeni. È stato arrestato, è stato costretto a fuggire. Oggi vive a Teheran. Con Reza Baraheni, altro intellettuale iraniano nato nel 1935 e professore di inglese all’università di Teheran, ha firmato un appello per la fine della censura. (Pensate che la poesia Colombe, di Baraheni, è stata incisa sulle pareti della cella, nel 1973, perché carta e penna non erano disponibili. Baraheni rimase centodue giorni in cella d’isolamento!)

Castigo

Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.


Uno di questi uomini
convinto dell’infedeltà della moglie
affondò profonda la daga


Un altro di questi uomini
in cerca disperata di pane per i figli,
fece una carneficina
nella calura infocata del mezzogiorno estivo.


Alcuni di questi uomini
un giorno quieto di pioggia
assalirono l’usuraio.


Altri, nel silenzio del vicolo,
si mossero furtivi sui tetti.
Altri ancora
razziarono denti d’oro da tombe fresche
a mezzanotte.


Ma io, io nessuno ho assassinato
In una notte scura e tempestosa.
Ma io, io mai ho assalito l’usuraio.
Ma io, io non mi sono mosso furtivo sui tetti.


Qui c’è un labirinto di prigioni
in ogni prigione miriadi di sotterranei
in ogni sotterraneo innumerevoli celle
in ogni cella schiere d’uomini in catene.


Ma io, assorto in fantasticherie,
non porgo mai loro orecchio. No,
cerco invece di ascoltare fuori l’eco flebile
della canzone infinita: l’erba del deserto
che spunta, avvizzisce, si secca,
si disperde nei venti.


E io, non fossi un uomo in catene,
un giorno all’alba,
come un ricordo vago quasi sepolto,
lascerei questo luogo freddo, spregevole.

E questo,
questo è il mio delitto.

Ahmad Shamloo, Iran, circa 1959

La situazione pare infinita e senza vie d’uscita. Il tempo dei peccati, commessi nel mezzogiorno caldo, nel giorno di pioggia, nella silenziosa o tempestosa notte, a mezzanotte, è scandito lungo la poesia. Questi umani sono in castigo perché, spinti dalla miseria nel corpo e della mente, hanno commesso degli errori. Il poeta, invece, ha camminato per le vie della fantasia e del pensiero, ha ascoltato fuori l’eco flebile della canzone infinita. Canta e sconta il suo castigo perché, spinto dal pensiero, ha detto, ribadito, scritto le sue opinioni: questo è il suo delitto. Un giorno, all’alba, lascerà la cella fredda e spregevole.


Daniele Dell’Agnola
da “il biaschese” riflessioni
marzo 2003 

 
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