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30.10.2004 - RIFLESSIONI Ci fu un tempo del dialogo. Ci potrà essere ancora? - GdP
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Quando per gli ebrei gli arabi erano un modello
In questo testo, il poeta, romanziere e traduttore israeliano, nato a Giaffa nel 1960, già ospite del Convegno Pen, racconta dei rapporti tra le due popolazioni, un avvicinamento di culture che si è interrotto tragicamente. Ma la speranza resiste.
Le guerre hanno fatto dimenticare la vicinanza che c’era fino agli anni Ventidi ALON ALTARASNel lontano Medio Evo scriveva il poeta ebreo andaluso Yehuda Halevi: “ Il mio cuore è nell’Oriente e io mi trovo nell’estremo Occidente”. Quel Medio Evo spagnolo fu un periodo di grande dialogo fra le culture araba ed ebraica, un dialogo che oggi appare lontano. La citazione di Yehuda Halevi può essere letta come la metafora di una problematica che caratterizza la cultura israeliana, cioè quella sviluppata nel XX secolo, prima nella Palestina e quindi nello stato di Israele. Il sionismo è una ideologia nata in Europa per volontà di alcuni intellettuali che respirarono l’aria del nazionalismo europeo, ma che andarono a realizzare il nuovo sogno ebraico in un territorio mediorientale, dove la cultura era più vicina alla corte del sultano che a quella dei principi asburgici. I primi sionisti giunti in Palestina erano consapevoli che vivere in quella terra richiedesse una rivoluzione antropologica e culturale; in molti campi della cultura si può notare come essi tentassero di promuovere un avvicinamento all’Oriente e ai contadini arabi che vivevano nella Palestina ai primi del XX secolo. Dal punto di vista linguistico, per esempio, la scelta dei maggiori intellettuali e linguisti ebrei fu di abbracciare la cadenza sefardita più vicina all’arabo e di rinunciare invece a quella askenazita più vicina allo yiddish ( la lingua franca degli ebrei mitteleuropei). Anche nel campo dell’abbigliamento nella Palestina di allora si riscontra il tentativo dei pionieri che arrivavano dalla Russia, dalla Polonia e dalla Romania, di vestirsi come i falach, i contadini arabi locali, e di mangiare con le mani sedendo per terra, proprio come i loro vicini ancora non ostili. È interessante come anche nelle opere pittoriche eseguite nella Palestina dei primi tre decenni del XX secolo la figura dell’arabo avesse un valore positivo e valesse come esempio autoctono da imitare.
L’avvicinamento all’Oriente subì un grave colpo quando, alla fine degli anni Venti, cominciarono i conflitti armati fra gli ebrei nuovi arrivati e gli arabi del posto. Tale ostilità ebbe gravi conseguenze nel campo della cultura e del dialogo fra la comunità araba e quella ebraica. In pittura la figura dell’arabo, così elevata sino ad allora, sparisce completamente fino agli anni Sessanta – tornerà dopo la Guerra dei Sei Giorni. Nel campo cui appartengo come scrittore e poeta israeliano, si può parlare di un interessamento continuo da parte dei maggiori scrittori israeliani alla tragedia del popolo palestinese, tragedia causata in parte dal ritorno degli ebrei in Palestina. I maggiori scrittori israeliani – alcuni di loro per vari motivi non tradotti in italiano – come Samech Ishar, Avoth Yeshurun, Amos Oz, A. B. Yehoshua, David Grossman, Yoram Kaniuk, si sono occupati dei complicati e problematici rapporti fra i due popoli che condividono la vecchia Palestina. Tutti loro, ognuno per la sua generazione, si sono impegnati politicamente per un dialogo con la cultura araba in generale e palestinese in lare. Ritengo che la letteratura israeliana, da cinquant’anni a questa parte, svolga il ruolo fondamentale di educare la popolazione israeliana a una convivenza di rispetto con i vicini e i concittadini arabo- israeliani.
Ho cominciato l’articolo partendo da un poeta andaluso che si sentiva diviso fra Oriente e Occidente, ma anche la popolazione dello stato di Israele si trova oggi in una situazio particone simile. Dobbiamo ricordare che nel ’ 48 Israele contava 600.000 abitanti, la maggior parte dei quali provenienti dalla Mitteleuropea. In cinque anni ( dal 1948 al 1953) la popolazione dello stato di Israele ha subito un mutamento fondamentale: un milione di ebrei dai paesi mediorientali è arrivato nel nuovo stato dove convivevano una egemonia politico- culturale europea e una popolazione che aveva una visione del mondo su canoni – di lingua, musica, cinema, cibo, abbigliamento e altro ancora – mediorientali.
Le guerre dal 1948 ad oggi hanno fatto dimenticare la vicinanza culturale che esiste tutt’oggi fra la popolazione israeliana e il mondo arabo che lo circonda. In Israele quasi il 20% dei cittadini è arabo- israeliano e quasi metà della popolazione è composta di ebrei arrivati dai paesi arabi. Queste due popolazioni potevano essere, come si diceva una volta nei palazzi dei governi laburisti, un ponte per la pace. Per vari motivi non è andata così. La speranza ancora esiste.
Alon Altaras, che ha studiato letteratura, storia e filosofia della scienza a Tel Aviv, insegna all’Università di Siena.
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